Il Martire [classe 2004-2005]
Si, sebbene io cammini nella valle dell’ombra...
David, Salmi, n.XXIII
Ragni. Quanto li odio. Odio il loro sudicio deambulare sulla mia persona immobilizzata. E più di loro odio l’idiozia. L’idiozia viscida ed oscurantista del popolino che senza colpo ferire mi ha incatenato in queste membra e mi ha destinato a quest’oblio di polvere e sfacelo.
Anche se i miei insensati deliri (così, almeno, i miei aguzzini si arrogano il diritto di definire il prodotto del mio pensiero sebbene esso sia ancora, ahimè, lucido) non smuoveranno il giudizio di voialtri nei miei riguardi, specialmente quando vi avrò rivelato il mio vero essere, vi scongiuro, fingete almeno d’ascoltare il mio tormento in modo che da una parte di esso la parola mi liberi. La parola ha un grande potere sull’animo umano, diceva il mio grande amico Gorgia. Io sono della stessa opinione. Lasciate quindi che un degno pianto lenisca le pene di questo morituro...
Il mio personale calvario iniziò fin da quando ebbi facoltà di raziocinio. Il mio patrimonio genetico era, ai vostri occhi, attestato di blasfemità, senza che nessuna scienza avesse stabilito ciò. Per quanto mi riguarda, lo riconosco, i miei geni sono stati responsabili di caratteristiche alquanto inusuali, non ultima un profondo orrore per la luce, ma nessuna di queste usciva dalla dimensione umana. A causa dei pregiudizi di cui sopra e della mia fotofobia fui costretto entro le mura domestiche per tutto il periodo della mia infanzia, senza che nessuno si fosse mai preso il disturbo di spiegarmi il motivo di tale castigo (perché proprio in questa maniera percepivo il mio isolamento all’epoca). Non amavo certo la mia condizione, ma, consapevole del fatto che necessità fa virtù, riuscii ad adattarmici, ricavando anzi da essi un consistente numero di capacità del tutto estranee a quelle della massa che viveva alla luce del sole. Riuscivo, ad esempio, a conservare la facoltà della vista anche in quella tenebra densa e massiccia che tanto rende vulnerabili coloro i cui occhi la luce ha avvelenato, oppure ad udire il suono più tenue ed insignificante come se esso fosse stato un enorme boato. E inoltre, contrariamente a tutto il resto del mio parentado, nessuna malattia umana riuscì, poté, osò penetrarmi.
Finchè non raggiunsi i 13 anni di età.
La mia mente sempre più intontita ed evanescente mi impedisce di ricordare, ora, l’origine esatta di ciò che mi investì da quella data e che mi tormentò come una frusta nefasta durante tutta la mia adolescenza, ma ho netta l’idea dello strazio che le continue crisi epilettiche imponevano al mio provato sistema nervoso, così come ricordo alla perfezione le odiose parole dei sapientissimi al di fuori dei miei locali (esatto, non si preoccupavano nemmeno di visitarmi di persona). Per loro ero già carne morta. Un giorno mia madre mi avrebbe trovato scompostamente riverso sul pavimento, i sapientissimi di cui sopra avrebbero espresso cordoglio e tristezza con studiato avvilimento, io sarei stato gettato in una fossa comune e tutto sarebbe finito. Li maledissi tanto, augurai loro i peggiori tormenti degl’inferi, ora sono caduto così in basso che quasi rendo loro grazie. Se le cose fossero andate come prevedevano loro io non avrei potuto sviluppare la più incredibile delle mie capacità, e di conseguenza non avrei sperimentato il mare di vessazioni fisiche e spirituali che adesso mi stanno accompagnando al cospetto della vecchia mietitrice. Ci sarei andato lo stesso, ma almeno lo avrei fatto per mano di una natura notoriamente maligna, e non avrei sperimentato in maniera così diretta tutto il sadismo della stessa razza a cui credevo d’appartenere, per non parlare di ciò a cui essa m’ha portato.
Gli accessi di epilessia mi perseguitarono fino ai 18 anni. Nell’ultimo periodo, in particolare, esse si manifestavano in maniera a dir poco frenetica, quasi mi volessero dare un violento colpo di grazia, o un terribile commiato. Questo aumentò non poco le ansie di mia madre, in quanto temeva che le mie continue convulsioni fossero della stessa natura di quelle che, tempo fa, avevano anticipato la misteriosa e a tratti inquietante dipartita di mio padre (dico ‘inquietante’ perché quando il cadavere fu ritrovato era ridotto come se qualcosa di incredibilmente potente avesse fatto esplodere le sue viscere, tant’è che la polizia, sulle prime, annoverò il caso tra gli omicidi brutali). Purtroppo la sua eccessiva emotività, unita alle congetture di cui sopra, le seviziò la mente a tal punto che non poté assistere alla mia repentina guarigione, e questo mi valse la nomèa, oltre che di scherzo di natura, anche di figlio degenere.
Fu allora che rimasi veramente in balìa del solo fato. Anzi, immagino che coloro che, tra l’affascinato e il divertito, avevano osservato lo sviluppo del sottoscritto fin dalla nascita non aspettassero altro. Dei primi 5 anni successivi alla morte di mia madre la morfina (o quella che credevo morfina) ha ottenebrato il ricordo. Solo una volta riuscii a conservare uno scampolo di lucidità, a salvarla dall’effetto della droga, e prima di ripiombare nel torpore riuscii a vedere cosa stavano combinando su di me, il motivo per cui venivo bombardato di anestetici. Vidi decine di liquidi diversi iniettati nel mio corpo, un indistinto mulinare di oggetti di metallo, il bisturi trafiggermi il torace in profondità, le loro voci constatare sbigottite che “ le sostanze iniettate non facevano effetto” e che “le ferite si suturavano immediatamente”.
Scoperta agghiacciante? No, assolutamente no. Che mi sia dato dello squilibrato, ma io ribadisco che già da tempo mi era noto il fine di quei sapientissimi che fingevano di occuparsi di me. Nonostante le loro convinzioni al riguardo, infatti, io non sono un idiota. E anche durante le crisi epilettiche degli anni precedenti ero abbastanza lucido da distinguere i discorsi altrui. La mia temporanea malattia, infatti, differiva dall’epilessia “normale” per un piccolo particolare che mi guardai bene dal rivelare ai miei finti curatori: durante esse una piccola parte del mio intelletto sembrava non rendersi conto dell’alterazione degli equilibri corporei, e continuava, a mia quasi totale insaputa, a raccogliere i segnali provenienti dal mondo esterno (in particolare quelli relativi alla sfera dell’udito) riproponendomeli a crisi finita con incredibile precisione.
Grazie a questo riuscii, prima in maniera parziale, poi con una chiarezza sempre maggiore, a comprendere le congetture dell’ignobile banda: essi sospettavano ch’io fossi appartenente ad una non meglio identificata razza senziente diversa da quella umana.
All’epoca ero appena quindicenne, e bollai ciò come l’ennesima loro assurdità, ma... in un angolo del mio subconscio il dubbio, per quanto incredibile fosse, permaneva. Forza, ridete di me e di ciò che vi sto raccontando, date alle fiamme queste carte sgualcite che vi ritrovate tra le mani, cancellate dal creato tutto ciò che di mio c’è stato, chi se ne importa. Se ve ne sentite in diritto, fatelo. Ma almeno, ve lo ripeto, prima cercate di appagare il mio unico volere, anche solo per quella che voi chiamate “umanità”, caratteristica ch’io non ho potuto conoscere in vita da parte di nessuno... fate uno sforzo e arrivate in fondo a queste memorie... sfruttate ciò che io, in quanto non-umano, non possiedo... si, “non-umano”, perché ancora una volta i malvagi capi dei miei carnefici avevano colto nel segno. Ma non per perspicacia o intelligenza, figuriamoci. Loro già sapevano, e già avevano in mente il loro piano d’azione. Lo avevano elaborato secoli e secoli fa. Come già da secoli il loro pensiero deviato (ma subdolo e prevaricatore, tanto da riuscire addirittura a mostrarsi come
giusto agli occhi umani) cresceva inesorabile, alimentato dallo stesso animalesco, ancestrale e pervertito motivo che lo aveva creato. Solo in questo mio ultimo anno di vita, il trentatreesimo (un segno?), ho purtroppo raggiunto un grado di disperazione sufficientemente elevato da eliminare anche gli ultimi residui di scetticismo e vedere, come in un’estrema illuminazione, i fatti nel loro insieme ed il loro turpe retroscena. Purtroppo. Se fossi stato meno cieco prima mi sarei potuto suicidare, e di quella maledettissima orda di sapientissimi non saputo più niente, in ispecial modo di quei quattro che tiravano le file, che agivano -come detto sopra- non per congetture ma per effettiva conoscenza dei fatti e che, al contrario degli altri, mai mi avevano già dato per morto (cose che durante la mia infanzia me li aveva resi un pò più simpatici, disgraziatamente). Voi condannate il suicidio, lo ritenete un peccato, ma tanto, essendo per voi già empio, il problema della vostra reazione non mi avrebbe nemmeno lontanamente sfiorato... non avrei mai immaginato i loro veri propositi quando, a 24 anni, mi liberarono finalmente dalla schiavitù dei ferri e delle droghe che loro stessi mi avevano imposto.
Da ingenuo quale sono sperai una volta di più in una libertà che, nonostante non avessi mai conosciuto, tentavo ossessivamente di comprendere e raggiungere. Essa non arrivò, naturalmente, ma subentrò al suo posto una cosa ben più grande: la vera essenza della mia diversa linfa vitale, quel mio speciale connotato che aveva pilotato tutti gli eventi collegati alla mia vita, e che ora, abbandonato lo stadio di larva e cresciuto a sufficienza, era finalmente pronto a manifestarsi in tutta la sua potenza. Le sue avvisaglie di arrivo non si fecero attendere. Nei 10 mesi successivi al graduale abbandono della morfina assistetti a strani fenomeni che aumentavano in frequenza (esattamente come le crisi epilettiche della mia adolescenza) proporzionalmente al passare del tempo. Questi nuovi fenomeni non mi causavano dolore, eccezion fatta per un perenne ma sopportabilissimo mal di testa, ma in compenso, data la loro stranezza, impegnarono in maniera assai maggiore il mio intelletto: erano essi sorte di ‘deja vu’ che, ironia della sorte, si manifestavano sempre e solo a mio favore. Se, ad esempio, uno dei miei carcerieri mi insultava o mi rimproverava per una mia azione, non era raro che a distanza di pochi minuti mi ritrovassi nelle identiche circostanze che, stando alla mia memoria, l’avevano preceduta. Ovviamente facevo attenzione a comportarmi in base al senno di poi, e (questo era veramente quanto di più strano io riuscissi a dedurre dalle mie esperienze) sembrava che tutti gli eventi successivi si dipanassero come se l’azione innescatrice dello strano processo non fosse mai stata compiuta, e, anzi, come se gli stessi miei carcerieri sparissero.
A questo punto, ad un lettore con un minimo di attenzione, sarà ormai chiaro, per quanto irreale possa essere, cosa volevo intendere alcune righe addietro con il termine “essenza della mia diversa linfa vitale”. Io ci arrivai a 26 anni, grazie ad un fatto tanto lampante quanto singolare accaduto il primo di novembre, la mattina. Il mio sonno era stato tormentato, atroce e costellato di strane immagini senza senso nè logica che si univano in inquietanti turbinii e poi morivano come evanescenti spettri, un insano delirio al quale la mia anima, ben conscia di ciò che le accadeva intorno, assisteva impotente sperando di raggiungere la veglia ed il mondo conosciuto al più presto.
Immaginate quindi il mio stato d’animo quando, dopo una simile notte, mi destai in un sepolcro di pietra colmo di tenebra e gonfio di muffa!
Fortuna volle che l’ingresso del luogo fosse ostruito solo da una marcescente tavolaccia di legno. La sfondai facilmente. Ma non l’avessi mai fatto...
Contrassi istintivamente il mio volto in quella che ricordai come la seconda più sincera e terribile smorfia di atterrito stupore della mia vita. Non osai affondare i miei piedi nel sudiciume che occupava tutto il terreno oltre, ma ugualmente scorsi gran parte dell’orrifico paesaggio. Vidi le alte, lerce e misere abitazioni che affiancavano il luogo in cui mi ero risvegliato, così come venni oppresso dall’aria pesante e dal tanfo di cadaveri in decomposizione che straripavano dalle fosse comuni. E sopra a tutta la decadenza e la morte che regnavano in quel malsano sobborgo, una cantilena regolare, invasata, terrificante. Colpi continui, pianti, urla.
Mi sporsi oltre le mura del mio edificio. E li vidi. Un corteo di straccioni che si fustigavano fino a quando la vessata epidermide non si lacerava mostrando le ossa sottostanti scarlatte di sangue.
Ero riuscito a percorrere a ritroso le maglie del tempo.
Quasi automaticamente un’idea nefanda prese forma nella mia mente ormai esasperata e condotta al limite estremo della ragione, aiutata dalla splendida sensazione di onnipotenza che mi riempì una volta imparato (naturalmente in gran segreto) l’uso volontario di quello che era il mio grande potere. Ho sempre avuto una certa pazienza, per fortuna. Essa mi ha aiutato a fingere innocenza mentre architettavo le mie strategie. Mi ha tenuto a freno fino al mio 33esimo anno di vita. Ho commesso un’azione ignobile, anzi, inconcepibile. Ma mettetevi nei miei panni. Per tutta la vita ho ritenuto che fosse meglio subire il male anziché farlo. E per tutta la vita sono stato oggetto di apocalittiche violenze. Non ce la facevo più. Cosa avreste fatto voi al mio posto? E poi, quella sera in cui li sentii parlare... sentii che uno dei “capi” degli aguzzini mi riteneva
“pronto per l’uso”.
Mi sentii paragonato ad una cosa ancora più infima di ciò che ero stato fino ad ora, ed il terrore di essere utilizzato ancora un’altra volta come annichilita ed apersonale cavia da laboratorio fece il resto. Finchè mi fu possibile rendermi conto dell’entità di ciò che avevo escogitato un estremo scampolo di buonsenso e di rispetto cercò di dissuadermi, ma quella sera superai davvero il limite della sopportazione: fui accecato, stordito,
reso pazzo dalla paura e dall’ira, e con la fredda ed agghiacciante presenza di spirito dello psicopatico compii il mio mostruoso operato. Decisi che il male andava eliminato alla radice. Estirpato. Disintegrato. Il familiare formicolìo in tutto il corpo annunciò al mio cervello l’inizio del percorso temporale e l’uscita dalla stabile fase spazio-tempo che generalmente chiamiamo “realtà”. Le pieghe della discontinuità, anch’esse ormai assai familiari, mi si dipanarono davanti, e piano piano attenuarono il loro moto fino a formare uno scenario tipico del secolo scorso. Lì avrei potuto scovare le mie prede. Avevo calcolato i possibili imprevisti e studiato attentamente il corso degli eventi. Dove avrei potuto sbagliare? Infatti, esattamente dove avevo previsto, li individuai. Avrei potuto vendicarmi, finalmente. Appena maggiorenni, erano. Molto più inesperti e inaccurati di come li avevo conosciuti. E mi dovrebbero ringraziare. Avrei potuto scovarli mentre erano ancora in fasce. Trucidarli senza sforzo, E invece davo loro la possibilità di difendersi. Nonostante loro fossero (saranno) colpevoli di ogni cicatrice che rende il mio corpo un abominio. Gl’inventori di tutte le sevizie psicofisiche da me sperimentate. Ce ne sarebbe abbastanza per permettermi il delitto d’onore. E invece li attacco adesso, nel pieno delle loro facoltà. Mi appropinquai alle loro spalle. Capirai, mi ero “allenato” alle manovre oscure facendomi inseguire dalle milizie di Giulio Cesare, e di persona avevo imparato tutte le sottigliezze degli strateghi Ateniesi. Attesi che avessero raggiunto un posto appartato e buio a sufficienza da mettere il sottoscritto e la sua vista particolare in immediate condizioni di superiorità. Li ascoltai per qualche minuto, prima di espormi, e appurai che i loro caratteri erano già maledettamente strutturati. Questo mi diede ancora più forza quando proprio come un gatto, balzai alle spalle della mia prima vittima. Mi fecero pena quei due gemiti strozzati che emise quando gli troncai la spina dorsale all’altezza del collo. Gli altri riuscirono a muoversi solo quando il peso morto del primo piombò inerte sul selciato. Mi si lanciarono contro per immobilizzarmi, ma io li schivai con noncuranza. Sai te che sforzo. Avevo imparato a combattere come gladiatore a Roma, figuriamoci se quei gracili simulacri mi preoccupavano. I primi 5 che mi vennero incontro li sistemai quasi senza muovermi. Anzi, furono loro, nel loro slancio irrazionale, ad atterrarmi davanti con la testa a portata di mano. Li agguantai e torsi il collo anche a loro. Stessa sorte riservai agli ultimi quattro. Si noti che ho riservato loro una morte rapida e pressoché indolore, mentre avrei potuto sputare su di loro con tutti gli interessi tutto il dolore che mi avrebbero inferto in futuro. E non mi venite a fare falsi moralismi. Lo avrebbe fatto anche un umano. La crisi di follia, appagata, mi indusse -e questo fu l’ultimo, più grande errore- a tornarmene indietro, sadicamente felice di ciò che avevo compiuto. Ma...
... ... ...
Idiota che sono. Me lo dovevo immaginare. Solo gl’idioti non mettono in conto una possibile disfatta. Ed io, accecato da questa demoniaca follia, non solo sono andato avanti per la mia strada senza degnarmi di impiegare il minimo raziocinio, ma ho anche coltivato la pia fraus di pensare che i miei spietati tiranni non avessero ipotizzato, la prima volta che mi videro, una mia ipotetica futura ribellione.
“Povero imbecille! Credevi davvero che ti avremmo lasciato consumare tuoi comodi, patetico scherzo di natura? Tale e quale a quello stupido bastardo del tuo paparino, sai?”Maledetti, maledetti... la mia vendetta, fallita... possibile che non sia capace di spezzare il mio giogo, di liberarmi, di scrollarmi di dosso tutte queste cieche, insensate violenze? Che una mente tanto superiore quanto sadica e malvagia mi avesse precluso qualsiasi possibilità di libertà? Finita, finita... non è possibile.
“Hai commesso la tua ultima idiozia. Il senso della tua esistenza ti ha legato a noi. Con noi sparisce anche la tua ragion d’essere!”Ma perché solo io! Perché sono blasfemo, per quale motivo io, condotto alla follia omicida dalla disperazione e dal dolore più atroce del mondo, sono il solo ad essere condannato? Non possono salvarsi tutti , quei terribili odiatori subdoli come e più delle serpi che ora mi strisciano sopra, ad addentare quel flaccido ammasso di organi che una volta era il mio corpo. Se tu mi stai ascoltando, dio, sappi che io ti rinnego una volta di più.
Se difendi gli psicopatici e i diavoli non sei degno di essere venerato come dio. Se è questo il tuo metro di giudizio non meriti il potere che ti è stato attribuito. Si, attribuito, non è tuo. Te l’hanno conferito gli uomini quando ti hanno creato per esorcizzare il terrore della morte. E, potenza della mente disperata, sei venuto alla luce veramente, pronto a schierarti con quei malnati che, dopo aver torturato la memoria di coloro che ti avevano cresciuto da debole creaturina, ti hanno concesso potere e tributi come si fa con un moccioso viziato. Farabutto.
“Gli dèi sopportano e consentono nei re cose che aborrono nei farabutti di strada”...
... E quando seppi che la commedia che avevo messo in piedi già più di una volta si era ripetuta, quando seppi che era la loro unica finalità quella di somministrare dolore a quelli come me, sotto la finta cappa di bigotta benevolenza e intento di giustiziere, quando sfruttarono il mio potere come se a loro appartenesse e mi portarono ad assistere in diretta all’uccisione violenta di mio padre, anch’egli ribelle disperato e storpiato a più riprese da quei...
“Non è un bello spettacolo, eh? E’ tutto ciò che vi meritate, voi dinieghi della ragione! La vostra dimora è il nulla, senza di noi! L’Altissimo ci ha dato il potere di catturare il vostro essere perché noi potessimo spremere da voi tutto quel poco di buono che contenete...”Cavie da laboratorio. Anzi, neanche. Frutti da cogliere e depauperare una volta pronti per l’uso. Loro, i nuovi inquisitori. Noi, i reietti aborriti e dimenticati. Gli altri, coloro che si facevano persuadere e convertire all’odio verso di noi, esemplari della razza dell’Ombra piombati per disgrazia nella terra della Materia, bollati come nemici. Capaci di legare l’essenza di una vita al loro capriccio, indissolubilmente, gli inquisitori erano i
veri dèi. E io, povera pedina che inconsapevolmente è stata artefice della loro vittoria, li ho liberati dalla materia. Materia... per loro era una grata da distruggere, per me l’unica cosa che si interponeva tra me e l’oblio, tra me ed il non-essere. Mi riportarono nel luogo in cui avevo commesso il delitto. Nello stesso istante. Proprio davanti ad un gruppo di violenti paesani. Mi videro. Davanti a me i dieci defunti con gli sterno-cleido-mastoidei lacerati. Io, ancora intontito, sfoggiavo una maglia sempre lorda di sangue. A loro volta mi si avventarono contro. Io cercai di difendermi (avrei potuto liquidarli senza sforzo, in condizioni normali), ma i maledetti non mentivano. Senza di loro la mia mente, la mia coscienza, i miei impulsi erano vani. E infatti mi vidi costretto a rimanere immobile mentre loro mi agguantavano, mi sbattevano a terra e una volta di più mi malmenavano. Legittima difesa per flagranza di reato. Non potevo aprir bocca e loro credettero che il mio silenzio denunciasse un comportamento arrogante. Mi pestarono di nuovo, mi insultarono, mi legarono (semmai ce ne fosse stato bisogno) e mi buttarono in un manicomio criminale, in una cantina fatiscente e gonfia anch’essa di umidità, senza processo e senza perizia psichiatrica.
Dimenticato.
Per raggiungere la Valle dell’Ombra mi avete riservato la via più lenta e dolorosa. Il fato crudele ha fatto sì che conservassi la mia lucidità mentale fino ad adesso, dopo aver sofferto la tortura dell’agonia ed aver osservato il mio corpo materiale decomposi e corrompersi fino a trasformarsi in una mummia marcescente. Gli inquisitori hanno punito il mio affronto. Hanno trasportato la memoria della mia “crudeltà” anche nei tempi precedenti la mia nascita. Hanno fornito agli uomini di tutti i tempi un capro espiatorio, un’entità che potesse donar volto al male, che si prendesse la colpa di tutto, che con la sua presenza giustificasse altre malefatte, che liberasse l’uomo dal terrore di dover riconoscere il male albergante dentro di lui. E voi mi avete definitivamente condannato al buio. Avete ricompensato colui che senza lamentarsi ha sofferto per tutta la vita donandogli altro male, attribuendogli anche il vostro. Morirò presto, ma non avrò la pace dei sensi. Il vostro dio non mi vuole. Ormai anche il mio pensiero si ottenebra, posso solo terminare questo lamento e dirvi il mio nome, in modo che gettiate la mia confessione in preda all’Orrore. Mi avete chiamato in tanti modi, nel tempo... mi firmerò con quello che al momento conoscete di più, e che, ironia della sorte, significa proprio “avversario”.
Satana.